L’Arbëria non è soltanto un’idea nebulosa. Un vessillo antichissimo che da secoli riunisce sotto un unico idioma genti che, con quell’idioma, si sono identificate (e s’identificano tutt’ora). Non si tratta dell’emblema, sempre più sbiadito, di un popolo multiforme, dalle molteplici sfumature socio-culturali che stanno cessando d’esistere man mano che i crudeli tempi moderni incalzano e distraggono le nuove generazioni con promesse fresche e bugiarde, facendo dimenticare, come sosteneva Indro Montanelli, che: «Un Paese che ignora il proprio ieri, di cui non sa assolutamente nulla e non si cura di sapere nulla, non può avere un domani». [1]
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L’Arbëria è qualcosa di molto di più: è appartenenza, è radici, è legame con la propria terra e le proprie origini, è casa.
Ed è una casa che profuma di sapori che cullano e inebriano la memoria con il miele, la farina, la cannella, l’arancia, il sesamo. È una dimora quieta, sicura e famigliare che sa accogliere a braccia aperte chiunque, che dispensa buoni consigli che, con un canto dolceamaro, parla all’animo dei propri pargoli lontani. È una cattedrale sacra ricolma degli ori della luce che non giudica mai i propri figli e sa guidarli anche se brancolano dispersi nelle tenebre del mondo.
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Arbëria è vivacità , è calore di un popolo che pure con le sue mille diversità (e divergenze) si riconosce in ogni dove del globo e si riscopre a chiacchierare del più e del meno impiegando quel suo gergo musicale tanto caratteristico quanto unico.
Lingua, tradizioni, cultura, arte: si tratta di un patrimonio dal valore inestimabile che abbiamo il dovere di proteggere poiché sempre più minacciato da una vasta gamma di rivisitate piaghe d’Egitto che ne stanno, poco a poco, depredandone le bellezze e consumandone le energie vitali.

Chi vive l’Arbëria, chi la abita dall’interno, coloro che ne hanno indovinato il potenziale hanno la necessità di credere che un’inversione di tendenza sia ancora praticabile: che il destino di questa grande e fiera comunità non sia quello della serenissima rassegnazione al decadimento e, tra qualche anno, della definitiva scomparsa.
Questa meravigliosa creatura che si alimenta di storie di indomiti condottieri, di miti sussurrati e di leggende che abitano i ricordi degli anziani saggi merita un finale migliore: merita di essere valorizzata, scoperta e riscoperta, apprezzata e resa conoscibile da coloro che ancora ne ignorano i suoi inestimabili tesori.
Per raggiungere un simile obiettivo che pure sembra utopistico forse, persino fiabesco, è indispensabile l’apporto sinergico di tutti: istituzioni, associazioni, singoli cittadini.
Appare necessario compiere uno sforzo collettivo di conservazione storica e sociale, proporre soluzioni, impostare progetti innovativi, preservare ciò che è stato in quanto, citando Pavese: «Quando un popolo non ha più senso vitale del suo passato si spegne»[2].
Soltanto così facendo sarà possibile scongiurare una delle scomparse antropologiche più silenziose e dolorose della storia dell’uomo.
[1] I. Montanelli, da Dal Governo Dini all’Ulivo.
[2] C. Pavese, Il mestiere di vivere. Diario 1935Â - 1950, a cura di Massimo Mila, Italo Calvino e Natalia Ginzburg, Einaudi, Torino, 1952.


